mercoledì 4 gennaio 2012

                     l’oro blu


È in corso una guerra silenziosa che fa milioni di morti. È la guerra dell’acqua.
Un conflitto che vede come protagonisti potenti multinazionali. Da quasi vent’anni è in atto questo conflitto che vede i big dell’economia affiancare o soppiantare i gestori pubblici dell’acqua. E le sinistre più radicali italiane lanciano campagne per la gestione pubblica dell’acqua. Cioè statale, regionale, comunale.
E se si sperimentasse una terza via?
Mesi addietro, con la ricorrenza della «Giornata mondiale dell’acqua» i mezzi di comunicazione hanno ricordato a tutti che 1,6 miliardi di persone nel mondo non hanno accesso all’acqua; 2,6 miliardi di persone non hanno accesso ai servizi igienico-sanitari di base; 5 milioni di persone muoiono ogni anno per malattie legate all’acqua. E tutti sanno (meno quelli che fingono di non sapere) che ormai da più di un decennio (ma si potrebbe andare anche più indietro nel tempo) i grandi gruppi industrial-finanziari si stanno interessando al business dell’acqua in previsione dell’esaurirsi del cosiddetto oro nero, cioè il petrolio. Un esaurimento fisico dei giacimenti e un esaurimento economico dettato dalla necessità di sostituire all’inquinante petrolio qualche altra forma di guadagno.
Suez-Lyonnais des eaux, Vivendi, Saur-Bouygues, Thames Water, United utilities, Ruwe, Nestlé, Danone,   Coca-Cola e altri fanno da anni della gestione dell’acqua la fonte di alti profitti e contro lo strapotere delle multinazionali il cosiddetto «popolo delle sinistre» rivendica la proprietà pubblica dell’acqua.
Il problema acqua è anche la cartina al tornasole della divisione fra privilegiati e diseredati a livello mondiale se si tiene conto che il 12 per cento della popolazione usa l’85 per cento delle risorse del pianeta.
Ecco la situazione della divisione fra ricchi e poveri nelle varie parti del mondo secondo quanto registrato dall’agenzia di stampa Ansa. «America: anche il continente americano soffre l’assenza d’acqua, manca quella per usi domestici perché viene utilizzata, al ritmo di 2 mila miliardi di litri, per coltivare cereali per l’allevamento. Europa: il 16 per cento della popolazione non ha accesso all’acqua potabile. Un problema che in trent’anni è costato 100 miliardi di euro. In Europa il 44 per cento dell’acqua estratta viene utilizzata per produrre energia, mentre nell’area mediterranea, con la domanda raddoppiata negli ultimi 50 anni, si prevede un aumento dei consumi del 25 per cento entro il 2025. Italia: le condutture perdono 104 litri d’acqua per abitante al giorno (pari al 27 per cento dell’acqua prelevata), un terzo degli italiani non ha un accesso regolare all’acqua potabile, ma ogni italiano consuma 237 litri di acqua al giorno. Salerno è la città che ne consuma di più con una media di 264 litri a testa al giorno, mentre Agrigento è quella che ne consuma di meno con 100 litri pro-capite al giorno. Il rubinetto dell’Italia perde il 30 per cento dell’acqua immessa e nelle regioni meridionali e nei mesi estivi il 15 per cento della popolazione scende al di sotto della soglia minima di fabbisogno giornaliero a persona (50 litri al giorno). Il 30 per cento non ha un accesso sufficiente e 8 milioni non hanno quella potabile mentre 18 milioni la bevono non depurata. In Italia c’è però anche il business dell’acqua minerale che vale 5,5 miliardi di euro all’anno (al terzo posto al mondo per consumi pro-capite dopo Emirati Arabi e Messico)».
Pubblico o privato?
Di fronte a questa situazione, drammatica soprattutto nei paesi del cosiddetto terzo mondo, le «grida d’allarme» dell’Onu suonano soltanto come la «necessaria retorica» tipica delle organizzazioni sovrannazionali. Organizzazioni che contano soprattutto come «teatrino mondiale», ma (e diciamolo chiaramente: per fortuna) contano un po’più (ma solo un po’) del cosiddetto due di picche nel gioco della briscola.
E veniamo al teatrino italiano. Di fronte all’avanzata di società private nella gestione dell’acqua potabile (peraltro già all’interno della struttura societaria delle municipalizzate) le sinistre alla sinistra del Partito democratico hanno lanciato una campagna contro la privatizzazione dei gestori dell’acqua per conservare o riaffermare una gestione pubblica. Dimenticando, forse, che già diverse municipalizzate (le più importanti) sono quotate in Borsa. Luogo (è notorio e non potrebbe essere altrimenti) deputato a considerare con benevolenza chi fa profitti e non certo perdite.
E qui si riapre una questione tanto importante quanto antica. Se l’acqua è essenziale per la vita perché si deve anche in un caso così importante, fondamentale, delegare ad altri la gestione di questo bene? Pubblico o privato non sono i due poli tra cui scegliere. Dove per pubblico, ripetiamolo, significa gestione attuata da burocrazie politiche e privato è il luogo del profitto ricercato da manager che rispondono ad azionisti. Azionisti che vogliono sia remunerato il loro capitale investito in azioni.
Tertium non datur? Non è detto. Infatti, chi l’ha detto che la gestione dell’acqua non debba essere esercitata da chi quell’acqua beve? Chi l’ha detto che siano meglio i burocrati o i manager dei consumatori? Chi l’ha detto che un bene di tutti non debba essere gestito da tutti? Cioè da coloro che quell’acqua bevono? E come? Attraverso modelli di partecipazione autogestionaria. Chi l’ha detto che burocrati o manager pensino a soddisfare i bisogni della gente e non, invece, a servire gli interessi politici o di profitto di chi li ha nominati? Chi l’ha detto che l’autogestione degli acquedotti sia un’utopia e non un’impellente necessità?
Utopia… Parola sempre disprezzata o dileggiata dalle persone «pratiche», di «buon senso», legate alla «realtà» e non al «sogno». Ma c’è chi è veramente sicuro che l’utopia sia «desiderio vano», «illusione», «ideale astratto»? Certo il termine utopia rimanda a «un modello di una società perfetta, dove gli uomini vivono nella piena realizzazione di un ideale politico e morale (Dizionario Garzanti), a «un ideale che non si può realizzare» (Dizionario Sansoni), ma anche a «un ideale etico-politico destinato a non realizzarsi dal punto di vista istituzionale, ma avente ugualmente funzione stimolatrice nei riguardi dell’azione politica, nel suo porsi come ipotesi di lavoro o, per via di contrasto, come efficace critica alle istituzioni vigenti» (Dizionario della lingua italiana di Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli), mentre «Auguste Comte assegnava all’utopia propriamente detta una parte importante non solo nelle istituzioni, ma anche nello sviluppo delle idee scientifiche» (Dizionario critico di filosofia di André Lalande).
Allora è tanto utopico volere e realizzare l’autogestione?

lunedì 2 gennaio 2012

Da una partigiana a tutte le donne

IO DONNA SOLDATO




Che ne è stato della nostra guerra,
della donna soldato
che ha combattuto lassù,
fra le montagne?.
Nulla. Freddi sentieri muti
solcano il verde e fuggono,
laggiù,
verso la valle.
Ma io non vedo e non sento
battiti di cuori in lotta.
L’oblio ha bruciato
anche i ricordi.
Li ha buttati nel fango
dei sentieri muti,
come mondezza.

Li ha relegati nei libri,
dai quali vengono divelte
intere pagine di Storia.
Avevamo ragione o torto?
Ho creduto fosse ragione
la mia, di donna soldato,
allorché combattevo il fascista
il tedesco invasore,
armati d’odio e di superbia folle?
Ho sbagliato forse?
Meglio restare, statue di cera,
ad aspettar che il fuoco del nemico
ci bruciasse dentro
l’alma e l’orgoglio?
Non lo ha detto anche Dio?:
porgi l’altra guancia, o uomo!
Ma non è giusto.
Non quando, passi d’uomini

pesanti come clave,
si abbattono sul capo di un popolo
che invoca solo libertà e pace
per la sua terra.

dai conflitti inutili,
dalle vecchie ciabatte riciclate.
Solo così, il frutto
del nostro ventre generoso,
potrà crescere.

Li ascolto, i tanti sapientoni,
detrattori di questo mio passato.
Io, donna soldato.
Li osservo, assisi sulle poltrone
del comando,
nuovi padroni, nuovi invasori
del mio presente.
Han le facce rugose, sono vecchi,
ma i loro sentimenti son gli stessi
di allora.
Costoro parlan di noi come di feccia,
così com’era un tempo
che io speravo, ormai finito.
Noi che abbiam mangiato fango
sui sentieri dei monti
mentre loro uccidevano innocenti
senza pietà.
Noi che abbiam patito torture e morte
nelle loro prigioni
che abbiamo imbracciato i fucili
solo per sete di libertà.
Io, donna non più soldato,
raccoglierò quelle pagine ingiallite,
lacerate e calpestate dagli stessi piedi,
pesanti come clave,
pagine che raccontano di giovani
obbligati alla guerra
per amore di pace.
Una pace che dobbiam difendere
coi denti,
strappar con forza dalle grinfie
di questi untori,
cui l’oblio degli uomini
senza memoria
ha consegnato le redini
del mondo.
Noi donne, portatrici di vita,
difendiamola, questa pace!
Proteggiamola dai profeti falsi

nella piena coscienza
del valore umano,
un dono troppo grande
per affidarlo, in ogni caso,
al crudele feticcio della guerra.